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lunedì, 16 luglio 2018
Spunti di francescanesimo dalla Terra Santa 21 Nov 2017

San Francesco al Santo Sepolcro

Il titolo del nostro articolo, ultimo della serie dedicata alla ricorrenza per gli 800 anni di Presenza Francescana in Terra Santa, avvalora l’ipotesi che San Francesco abbia visitato il Santo Sepolcro durante il suo viaggio in Oriente. In poche righe, non possiamo trattare una questione così complessa, oggetto di studio da parte di molti ricercatori. La tesi più comune, come sappiamo, è che San Francesco non sia potuto arrivare a Gerusalemme e al Santo Sepolcro, ma sia tornato in Italia dopo il suo incontro con il sultano Malik al Kamil.

Il parere della maggior parte degli studiosi è che Francesco sia rimasto a Damietta dal luglio al settembre del 1219 e, successivamente, abbia fatto ritorno in Italia. La situazione nell’Ordine non era rassicurante, a causa del malgoverno dei due vicari che Francesco aveva lasciato a gestire l’Ordine: frate Gregorio da Napoli e frate Matteo da Narni. “Nel disporsi a passare il mare in compagnia del beato Pietro Cattani, esperto di diritto e maestro di legge, il beato Francesco aveva lasciato due vicari: frate Matteo da Narni e frate Gregorio da Napoli. Stabilì Matteo a Santa Maria della Porziuncola, perché risiedendovi potesse ricevere quanti dovevano essere accolti nell’Ordine, e Gregorio perché, girando per l’Italia, confortasse i frati […]. Durante l’assenza del beato Francesco erano sorti anche altri princípi di turbamento [...]. Il beato Francesco, presi con sé frate Elia, frate Pietro Cattani e frate Cesario – quello che frate Elia, in qualità di ministro della Sira aveva ricevuto nell’Ordine – e altri frati, se ne tornò in Italia” (Giordano da Giano, Cronaca, 11-14: FF 2333-2337).

Secondo altri, invece, il rientro di Francesco in Italia non avvenne subito dopo l’incontro con il sultano. Francesco, dunque, sarebbe rimasto in Oriente fino a metà del 1220, tornando in Italia in tempo per partecipare al Capitolo Generale, celebrato la festa di San Michele Arcangelo il 29 settembre 1220. Fu durante quel Capitolo che Francesco rinunziò al governo dell’Ordine, scegliendo frate Pietro Cattani come suo vicario.

Siccome, nel nostro racconto dei fatti, seguiamo il metodo di analizzare le fonti di Girolamo Golubovich, teniamo in considerazione la data più tardiva, cioè quella del 1220, consentendo così a Francesco il tempo necessario per rimanere in Oriente anche per un altro motivo: visitare il Santo Sepolcro di Cristo. In realtà Golubovich si limita soltanto a riportare la testimonianza, certamente posteriore, di frate Angelo Clareno, nel suo Chronicon seu Historia Septem Tribulationum Ordinis Minorum, scritto nel 1325, più di un secolo dopo i fatti. Riportiamo il testo del Clareno che Golubovich cita nella sua Biblioteca Bio-Bibliografica della Terra Santa e dell’Oriente Francescano, Tomo I (1215-1300), Collegio S. Bonaventura, Ad Claras Aquas, Quaracchi 1906, 51-57.

Il benemerito storico della Custodia di Terra Santa scrive: “In ambedue queste opere, nell’Historia e nella Expositio, il Clareno parla del viaggio del Santo in Oriente. Da lui pel primo abbiamo la testimonianza esplicita che il Santo si recò realmente nella Terra Santa propriamente detta, cioè in Gerusalemme e nei Luoghi Santi”. Perciò egli è convinto che il Clareno avrà seguito una tradizione ben salda nell’Ordine.

Ecco la testimonianza di Angelo Clareno: “Dopo aver disposto tutto, per quanto era da lui, e ben ordinati ormai i frati, con parole sante ed esempi, a rispettare e osservare in fedeltà la Regola della perfezione promessa, preso da empito dell’amore serafico che lo accendeva, sublimandolo in Cristo, nel desiderio ardente di offrirsi ostia viva a Dio sul rogo del martirio, per ben tre volte intraprese il viaggio verso le terre degli infedeli; ma per due volte, per meglio saggiare la fiamma del suo ardore, ne fu impedito per disposizione divina. La terza volta, a prezzo di molti vituperi, impedimenti, percosse e fatiche, fu condotto, per volontà di Cristo, davanti al sultano di Babilonia. Stando alla sua presenza, tutto acceso dalla fiamma dello Spirito Santo, con tale forza, vivacità ed efficacia di parola gli parlò di Cristo Gesù e della sua fede evangelica che il sultano ne restò ammirato e con lui tutti i presenti. Alla forza delle parole che Cristo proferiva per lui, il sultano, mosso a mansuetudine, gli prestò ascolto volentieri, contro il prescritto della sua nefanda legge, lo invitò con insistenza a fermarsi nella sua terra e diede ordine che lui e i suoi frati, liberamente, senza pagare pedaggio, potessero accedere al santo Sepolcro” (Angelo Clareno, Libro delle Tribolazioni, Prologo, in FF 2154).

Clareno colloca l’incontro di Francesco con il Sultano, e il risultante permesso di accedere al Santo Sepolcro, entro il desiderio del santo di acquistare la palma del martirio predicando Cristo ai Saraceni. Tale approccio pone al centro della questione il motivo della presenza Francescana in Terra Santa fin dai primordi: cioè testimoniare il Vangelo, con l’esempio di una vita umile e povera, ma anche con la forza della parola, che non ha paura di affrontare la persecuzione e la morte. Si potrebbe affermare che, presenza Francescana in Terra Santa e martirio sono due facce della stessa medaglia.

Se così sono andate le cose, allora Francesco ha avuto tempo sufficiente per viaggiare nelle terre d’Oriente e arrivare anche a Gerusalemme. Sappiamo che vari studiosi hanno contestato questo fatto, dichiarando che Francesco sarebbe incorso in una scomunica, perché per i cristiani era proibito versare soldi ai guardiani, Musulmani, per entrare nel Sepolcro. Ma Golubovich riporta una testimonianza, pure tardiva, degli Actus Beati Francisci et Sociorum eius, dove afferma, come Clareno, che Francesco poté entrare nel Sepolcro senza pagare pedaggio, grazie ad un “firmano”, o permesso speciale, rilasciato appositamente dal Sultano. In questo caso non avrebbe trasgredito il decreto papale e non sarebbe incorso in alcuna scomunica.

Ecco il testo degli Atti del beato Francesco e dei suoi compagni: “Il santissimo padre nostro Francesco, incitato dallo zelo della fede e dal fervore per il martirio, andò oltre mare con dodici suoi santissimi compagni, proponendosi di dirigersi direttamente dal sultano. Dunque, una volta giunto nelle terre dei pagani, dove custodivano le strade uomini tanto crudeli che nessun cristiano passando di lì poteva scampare la morte, per volere di Dio scamparono la morte. Tuttavia catturati, percossi in molti modi e legati molto duramente, furono condotti dal sultano, al cui cospetto san Francesco, istruito dallo Spirito Santo, predicò sulla santa fede cattolica in modo tanto divino da offrirsi di provarla attraverso il fuoco. Vedendo ciò, il sultano provò grande devozione verso di lui, sia per la costanza della sua fede, sia per il disprezzo del mondo – egli non volle ricevere niente da lui, pur essendo poverissimo – sia anche per il fervore del martirio. E da allora lo ascoltava molto volentieri e lo pregò che andasse da lui frequentemente. E inoltre concesse con liberalità a san Francesco e ai suoi compagni che potessero predicare liberamente ovunque volessero. E diede loro un certo segno (signaculum), visto il quale non erano importunati da nessuno” (Ugolino da Monte Santa Maria [Montegiorgio], Atti del beato Francesco e dei suoi compagni, c. 27, in Fonti Agiografiche dell’Ordine Francescano, a cura di M.T. Dolso, Editrici Francescane, Padova 2014, numero marginale 1547).

Gli Actus furono scritti verso il 1337, cioè qualche anno dopo la Storia delle Tribolazioni di Angelo Clareno, sempre da un frate della cerchia degli Spirituali. L’interesse di nuovo verte intorno al tema del martirio, ma l’autore sottolinea il fatto che Francesco e i suoi frati potevano circolare liberamente nei reami del Sultano d’Egitto, e perciò anche nella Terra Santa, muniti da un apposito signaculum, o “firmano”.

Golubovich spiega in modo chiaro che cosa significava tutto questo. “Noi, e con noi qualsivoglia altro critico imparziale dovrà scorgere in questo passo non un racconto leggendario, ma una particolarità storica tutta consentanea, naturale e coerente al fatto ed alle circostanze storicamente vere della più che straordinaria accoglienza e bontà usata dal monarca maomettano all’umile Poverello di Cristo. Francesco dunque per sé e pei suoi frati, presenti e venturi in Oriente, avrebbe ottenuto da Melek el Kamel un «Signaculum», ossia un decreto, un rescritto, o un Firmano come oggi si direbbe in Turchia, una specie di Bulla regia o salvacon­dotto in iscritto, per la tutela de’ suoi già stabilitisi in Oriente in regolare provincia. Questo sarebbe il primo Firmano e forse dello stesso tenore de’ mille altri emanati più tardi in favore de’ Frati, dai tempi ancora del famoso Zaher Bibars I, detto Bendokdar (24 ott. 1260 – 1 lugl. 1277), fino all’ultimo monarca egiziano Kansu el Gury, vinto da Selim I nel 1517. Questa particolarità d’un rescritto sovrano dato a Francesco e ai suoi, ha inoltre una più antica conferma nella testimonianza del surriferito Clareno, autore più contemporaneo ai fatti, come quegli che vestì l’abito verso il 1260 e conobbe molti de’ compagni del Santo. Egli chiaramente allude ad un rescritto sovrano quando asserisce che il Soldano «ipsum (b. Franciscum) et omnes fratres suos libere ad Sepulcrum et absque tributi solutione accedere posse mandavit» (Golubovich, Biblioteca, I, 61-62).

Di fronte a questa testi di Golubovich, corroborata da antiche testimonianze, anche se ritenute tardive tra le Fonti Francescane, possiamo anche affermare che Francesco sia rimasto in Oriente per un tempo sufficiente che gli consentì di visitare il Santo Sepolcro, munito di un permesso speciale del Sultano. Lo stesso permesso venne esteso ai suoi frati.

Anche se la maggioranza degli storici e studiosi dei primordi francescani non accetterebbero una simile tesi, forse sarebbe il caso di proporla ancora come una possibilità che ha dei risvolti importanti nel ricercare le origini della presenza Francescana in Terra Santa. Continuando a presentare tale fatto come realmente successo alla sensibilità popolare e per rafforzare il nostro legame alla Terra del Signore, noi, Frati Minori, Custodi dei Luoghi Santi, troviamo un motivo fondamentale per la nostra plurisecolare presenza al Sepolcro e negli altri Santuari, proprio in questo desiderio del nostro fondatore di toccare con mano e predicare con la parola il grande mistero del Dio Incarnato in questa Terra. Se, per realizzare questa impresa, Francesco ha dovuto rischiare la vita e andare anche contro un divieto papale per arrivare al Santo Sepolcro, tutto ciò non deve affatto destare meraviglia, ma piuttosto rafforzare la genuina chiamata dei suoi figli di voler vivere nella Terra Santa e custodirla lungo quest’arco di 800 anni di provvidenziale presenza.

Testo di p. Noel Muscat per Frati della Corda, ottobre 2017
Notiziario della Custodia di Terra Santa



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