VENERDÌ della V sett. di Pasqua DEDICAZIONE DELLA BASILICA PAPALE DI S. FRANCESCO IN ASSISI – FESTA (bianco)
venerdì, 24 maggio 2019
di fra Giancarlo Rosati 24 Ott 2016

San Francesco, viaggiatore e pellegrino

Quando Dante scrive la Divina Commedia, intorno al 1300, è normale per lui estrarre dall’immaginario collettivo del Medioevo una immagine a tutti familiare e facilmente comprensibile. Per dire come Virgilio e Dante andavano camminando per la sesta bolgia dell’Inferno, l’uno a distanza dall’altro che lo seguiva, così scrive:

“Taciti, soli, sanza compagnia
n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,
come frati minor vanno per via”.

(Inferno, XXIII,1-3)

I frati minori, sull’esempio di San Francesco, solevano muoversi a due a due, non camminando l’uno a fianco dell’altro, ma a debita distanza, perché pregavano, meditavano, lodavano Dio, immersi nella natura e nel silenzio. Per non molestarsi, per non essere causa di distrazione l’uno all’altro. Questo modo di camminare, di viaggiare, si è impresso nel Medioevo e richiamava alla mente di tutti l’immagine della preghiera. Una preghiera spesso più contemplativa, a contatto con la natura, con le creature, riflesso di Dio. Sgorgherà naturale la meravigliosa lauda del Cantico delle Creature dal cuore contemplativo di Francesco, come canto della sua vita immersa nel creato. Esposto alle creature, sulla strada, aveva da loro ricevuto calore (dal sole), illuminazione notturna (la luna e le stelle), il vento fresco in estate, la pioggia, l’acqua rinfrescante, il calore di frate fuoco nei freddi inverni, i fiori, i frutti della madre terra. L’animo dei semplici, dei poveri si innalza spontaneamente dalle creature al Creatore. La preghiera contemplativa connota fortemente il camminare, il viaggiare di Francesco e dei suoi frati.

Si racconta che una volta tornando da Perugia a S. Maria degli Angeli insieme a frate Leone, Francesco propose al suo fedele compagno di pregare lungo tutto il tragitto, ciascuno da sé, la preghiera del Pater noster. Giunti alla Porziuncola, dopo varie ore di cammino, il Santo domandò a frate Leone quanti ne avesse recitati. Non sappiamo la risposta di frate Leone; Francesco confessò che non aveva potuto dire altro che “Padre”. Per tutto il viaggio la sua mente era rimasta in contemplazione del Padre.

Agli inizi del 1200, con Francesco e la sua fraternità apparve una nuova forma di vita  religiosa, rispetto a quella dei monaci, che facevano della fuga mundi, della stabilitas loci e la separazione dal popolo una caratteristica della loro spiritualità. Al riparo del chiostro si dedicavano alla preghiera e al lavoro (“ora et labora”). “L’intuizione di fondo di Francesco (scrive Vauchez) volta le spalle a questa tradizione pressoché millenaria: per lui, in effetti, il mondo non era il luogo dell’esteriorità o della vanità che occorreva fuggire per ritrovare Dio, bensì l’orizzonte  in cui si dispiegava la carità, un luogo da attraversare – senza istallarvisi – in una peregrinatio attiva, impegnandosi in un combattimento spirituale contro il male e contro se stessi… In questa prospettiva il rifiuto iniziale di ogni insediamento stabile dei Minori manifestava il loro desiderio di entrare in contatto con il maggior numero di persone, mediante la pratica del lavoro manuale nei campi (…) o la mendicità o la predicazione, al fine di invitarli a fare penitenza” (A. VAUCHEZ, Francesco d’ Assisi, Torino 2010, pag. 326s.).

Diciamo subito che Francesco e i frati non si muovevano per il mondo per turismo, per un viaggiare fine a se stesso o per commercio, senza uno scopo prefissato. Viaggiavano per lavoro, per la predicazione e la missionarietà, per la pacificazione di città o fazioni in lotta, per raggiungere i luoghi assegnati dall’obbedienza, per chiedere l’elemosina, per il pellegrinaggio ai santuari del tempo. Dove ci fosse gente, là era il luogo per il frate minore.

Giacomo da Vitry nel 1216 si trovava a Perugia, visitando i frati alla Porziuncola, lui osservatore attento e pieno di simpatia verso il nascente movimento, parla in proposito della “ampiezza del chiostro a misura di mondo” (Historia occidentalis, FF 2230).

La stessa espressione si trova nel Sacrum Commercium (1227), dove Madonna Povertà fa visita ai frati e chiede di vedere il loro chiostro: “Ed ella, dopo un sonno placidissimo e non appesantito da cibo né da bevanda si alzò alacremente, chiedendo che le fosse mostrato il chiostro. La condussero su di un colle e le mostrarono tutt'intorno la terra fin dove giungeva lo sguardo, dicendo: «Questo, signora, è il nostro chiostro» (Sacrum Commercium, 63).

Non si tratta di semplice apologo edificante o di lirismo francescano. In origine i frati non avevano case, ma chiedevano ospitalità nelle chiese o nelle abitazioni di amici. Si comportavano veramente come “pellegrini e forestieri”, trovando ispirazione nella vita del Signore Gesù su questa terra, il quale fu “povero e ospite e visse di elemosine lui e la Beata Vergine e i suoi discepoli” (RegNB IX,5; FF 31); ma attualizzando anche la condizione iniziale dei cristiani, ai quali San Pietro scrive di comportarsi come “stranieri e pellegrini” (1Pt 2,11; cfr. Ef 2,19; Eb 11,13). In verità il nome della nostra comunità locale, cioè “parrocchia”, ci ricorda la condizione di tutti i cristiani, quella di non avere casa su questa terra, di vivere nella condizione di accampati, di pellegrini. E quandanche i frati ricevessero povere abitazioni, ivi “dimorino da ospiti come forestieri e pellegrini” (Test 24).

Bisogna fare attenzione a non interpretare troppo materialmente questi testi di Francesco, quasi spronasse i frati a girovagare e vagabondare, a diventare “extra-vagantes”, fuori dalla fraternità e indipendenti da essa, senza meta. Egli esorta a “sentirsi” “pellegrini e forestieri”, imitando il Signore, povero, ospite, esiliato, bisognoso, che “non ha dove posare il capo”. Ci suggerisce questa interpretazione il fatto che Santa Chiara usa lo stesso testo della Regola di San Francesco per le monache di clausura, anch’esse “«pellegrine e forestiere» in questo mondo, servendo il Signore in povertà e umiltà” (RegCl VIII,1; FF 2795). Così commenta sr. Chiara Augusta Lainati questo testo: “«pellegrine e forestiere» in questo mondo”: potrebbe suonare strano trovare in una Regola per «povere monache rinchiuse», limitate nei loro movimenti da un muro e più ancora da severe regole, questa forte sottolineatura alla itineranza: una itineranza nella fede e nella povertà sui passi di Cristo… (che) mette in una condizione spirituale di continuo esodo”.

Questo modo di camminare diventa così metafora della vita, come continua ricerca, come incontro con persone di altre culture, come liberazione da zavorre inutili, come sobrietà nel vivere, come ricerca dell’essenziale, nello stile della provvisorietà. In questo senso la pratica del pellegrinaggio è un fatto presente in molte religioni, al di fuori del cristianesimo e appartiene alla fenomenologia religiosa universale. Il senso religioso si manifesta anche in questo modo. Forse anche il moderno turismo religioso e il proliferare di “cammini” appartengono alla stessa fenomenologia. Il camminare di Francesco tuttavia ha una forte connotazione cristologica ed evangelica.

La Regola e la spiritualità dei frati minori è per coloro che vivono nell’ “ampiezza del chiostro a misura di mondo”, perciò in un capitolo si stabilisce come i frati debbano andare per il mondo” (RegNB XIV e RegB III): “non litighino ed evitino le dispute di parole e non giudichino gli altri; ma siano miti, pacifici e modesti, mansueti ed umili, parlando onestamente con tutti, così come conviene”; “non portino niente per via, né sacco, né bisaccia, né pane, né pecunia, né bastone. E in qualunque casa entreranno dicano prima: Pace a questa casa… e secondo il santo Vangelo, sia loro lecito mangiare di tutti i cibi che saranno loro messi davanti… Non resistano al malvagio; ma se uno lo percuote su una guancia, gli offrano anche l’altra. E se uno toglie loro il mantello, non gli impediscano di prendere anche la tunica. Diano a chiunque chiede loro; e a chi toglie le loro cose, non le richiedano”. Andare per il mondo secondo lo stile di itineranza ispirato alle beatitudini evangeliche e a tutto il famoso Discorso della montagna, vera Magna Charta del Regno di Dio annunciato e attuato da Gesù; parlare con tutti, annunciare la pace a tutti, evitare atteggiamenti di dominio e di possesso, non imporre nulla né opporsi neppure al malvagio. Il mondo diviene così il luogo di incontro tra gli uomini, per un reciproco scambio di doni, per riattivare relazioni di amicizia e di fraternità, di pace e di fiducia reciproca e ricondurre gli uomini e le donne a quell’unità fondata sull’ unico Padre, nel nome di Gesù. Perciò la preghiera del Pater noster è la preghiera di quanti percorrono le vie degli uomini, dei pellegrini, degli uomini perché  si incontrino fra loro e si riconoscano fratelli. 

 

I compagni di viaggio “preferiti”

Francesco è aperto all’incontro con tutti gli uomini, di ogni ceto sociale: con gli ecclesiastici, con i potenti, con gli eretici, con il Sultano… ma manifesta una speciale preferenza per gli ultimi, sull’esempio di Gesù. Raccomanda ai frati di trovare la loro gioia quando stanno tra le persone emarginate. “Stare tra”, essere uno di loro, come loro, come gli altri poveri, come veri poveri. Così scrive nella Regola non bollata: “E devono essere lieti (gaudere) quando vivono tra persone di poco conto e disprezzate, tra poveri e deboli, infermi e lebbrosi e tra i mendicanti lungo la strada” (RegNB IX,2). Così Francesco d’Assisi. Francesco di Roma, oggi ci dice la stessa cosa quasi con le stesse parole: “La Chiesa intera deve arrivare a tutti. Però chi dovrebbe privilegiare? Quando uno legge il Vangelo incontra un orientamento molto chiaro: non tanto gli amici e vicini ricchi bensì soprattutto i poveri e gli infermi, coloro che spesso sono disprezzati e dimenticati, «coloro che non hanno da ricambiarti» (Lc 14,14). La Chiesa, ci dice il Papa, deve trovarsi a suo agio proprio tra di loro (Evangelii Gaudium, 48).

 

Il Codice dei pellegrini 

Le Fonti francescane ci riportano, appena accennato, quello che si può chiamare il codice dei pellegrini, a salvaguardia della povertà, dell’itineranza come “pellegrini e forestieri”. Ecco i testi:

“Nei suoi figli pretese sempre la condizione di pellegrini, cioè che si raccogliessero sotto il tetto altrui, passassero da un luogo all’altro pacificamente e sentissero nostalgia della patria” (2Cel 59; FF 645).

“Diceva che il codice dei pellegrini è questo: raccogliersi sotto il tetto altrui, sentir sete della patria, transitare in pace” (Leggenda maggiore VII,2-3 /FF 1120-1121).

 

Fr. Giancarlo Rosati ofm



Giancarlo Rosati Pellegrini San Francesco

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