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Riflessione sul Giovedì Santo di p. Stefano Orsi 06 Apr 2023

Tu sei l’amore che tiene unita la nostra famiglia

Questa mattina, presso la Basilica papale di Santa Maria degli Angeli, la celebrazione delle lodi e dell'ufficio delle letture sono state arricchite da una meditazione sul Giovedì Santo da parte di p. Stefano Orsi. In seguito riportiamo le sue parole:

Oggi, Giovedì Santo, ultimo giorno di Quaresima e primo giorno del Triduo santo: anche nella liturgia eucaristica appare come un ponte tra passato e futuro. Non c’è vita senza Te, Signore.  Tu l’hai detto chiaramente: «Se non mangiate la mia carne e non bevete il mio sangue non avrete in voi la vita» (Gv 6,53). Ma se Tu sei la vita, in cosa consiste questa vita? Qual è l’essenza della tua vita? Tu ci hai amato fino alla fine, fino a morire per noi.  Dunque la tua vita è l’Amore?  L’Amore di Dio, incarnato nella nostra umanità, che fa vivere ogni uomo e donna è questo: Amore degli altri, Amore-dono-di se.  La nostra vera vita è nell’amore dono-di se agli altri.  Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi.. La nostra vera vita passa per la nostra morte? la morte del nostro amor proprio.  

Per questo siamo qui oggi. Perché non c’è vita senza Te. Perché senza Te noi, siamo morti viventi perché viviamo di amor proprio.  Affamati di vita scambiamo la vera vita, il vero amore, l’amore-dono-di se agli altri con l’amore di noi stessi, con l’amor proprio.  Senza volerlo usiamo gli altri per affermare noi stessi. I figli, anche piccoli, usano i genitori per ottenere ciò che vogliono e così vivere.  I genitori usano i figli per soddisfare il proprio bisogno di essere amati, di essere importanti, e così vivere. La moglie e il marito fanno a braccio di ferro per stabilire a chi spetta decidere, chi ha ragione e chi ha torto, e diventa una ragione per vivere o una questione di vita o di morte.  I fratelli e le sorelle entrano in competizione fra di loro e fanno a gara per chi vive con più cose, o cose più belle, per chi è più forte o più brava, per chi è più amato o più malata così da meritare più attenzione, così da lamentarsi o litigare in modo sempre più forte. Per gridare il proprio bisogno di vivere. 

Ognuno pensa che ciò che pensa è meglio, che sia più giusto di ciò che pensa l’altro? e se non l’impone con la forza allora tiene il muso, cova rancore, lo rinfaccia al primo errore, cerca il modo più sottile per potersi vendicare, per far provare all’altro almeno un po’ di ciò che si è sofferto o si soffre a causa sua.  Così, soddisfacendo l’amor proprio si pensa di vivere e in realtà si è sempre più tristi, più stanchi, più arrabbiati, più delusi, più insoddisfatti, più stressati.  Noi siamo malati, Signore. Siamo malati.  Questa vita ci sfugge da tutte le parti quanto più cerchiamo di afferrarla, di goderla, di condividerla.  Noi siamo malati perché siamo affamati di vita, ma invece che donare noi stessi agli altri da mangiare, ci nutriamo di amor proprio e ci mangiamo gli uni gli altri. No. Non è l’ozio il padre dei vizi, ma l’amor proprio.

L’amor proprio che mostra la ruota come un pavone.. quello ci infastidisce, ma ci fa anche sorridere.  C’è l’amor proprio che si nasconde dietro l’umiltà, quello che ho anch’io, che viene fuori alla prima umiliazione.. che ti scopre ed esce fuori allo scoperto quando sei permaloso, quando sei nervoso o ti senti offeso?  Quando pur credendo sinceramente di fare qualcosa per gli altri, la stai facendo per te stesso perché finisci per trattare male proprio quelli per cui stai facendo quella cosa, perché in fondo la loro opinione non t’interessa, basta che eseguano, basta che non rovinino la tua opera.  Signore, ciascuno di noi è tanto convinto di non cercare e non meritare elogi o ricompense quanto esserne così estremamente bisognoso, così tanto da mendicarle o da pretenderle, per soddisfare l’amore di se, l’amor proprio. Non c’è vita senza te, Signore. Se non è la tua vita, il tuo sangue a scorrere in noi.. Se non è il tuo amore-dono che ci tiene uniti nel sacramento della comunione eucaristica.. noi, anche senza volerlo, ci dividiamo, ci facciamo del male, ci complichiamo la vita o ci togliamo la vita gli uni gli altri col nostro amor proprio.  Così ebbe a dire Papa Benedetto XVI nell’enciclica sulla speranza: «Le nostre esistenze sono in profonda comunione tra loro, concatenate l’una con l’altra.  Nessuno vive da solo. Nessuno pecca da solo.  Nessuno viene salvato da solo. Continuamente entra nella mia vita quella degli altri: in ciò che penso, dico, faccio. E viceversa, la mia vita entra in quella degli altri, nel male come nel bene. La nostra speranza è sempre essenzialmente anche speranza per gli altri»

 Questa è la nostra certezza e la nostra speranza:  Tu sei l’amore che tiene unita la nostra famiglia, tu sei la linfa’ che tiene in vita questo corpo, questo albero, dalle sue radici sotto terra fino ai ramoscelli e germogli più alti.  Tu l’hai detto chiaramente: «Senza di me non potete far nulla».  Se non siamo uniti a te che sei la vite e la vita, noi ci secchiamo.. E invece di portare frutti, accendiamo fuochi. Bruciando di amor proprio bruciamo la comunione d’amore con gli altri. Per questo ti alzi e ti inginocchi: per lavare i nostri piedi, ma soprattutto per curare il nostro orgoglio, il nostro amor proprio, con l’umiltà del vero amore, dell’amore-dono.  Ci lavi i piedi per indicarci la via, la verità e la vita.. che non consiste nell’essere amati quanto nell’amare e donare se stessi, sacrificando il proprio onore, sacrificando l’amor proprio.  Signore ascolta questi tuoi poveri, miserabili ministri del tuo amore-dono. Non c’è vita senza te, Signore. Grazie di questo dono, di questa medicina, grazie di questo amore, grazie di questa vita.



Giovedì Santo Porziuncola Riflessione Stefano Orsi

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