VENERDÌ della XXXII sett. del T.O. FERIA (verde)
venerdì, 16 novembre 2018
Intervista di Gilberto Scalabrini a fra Luca 16 Nov 2016

Viaggio all’Eremo delle Carceri

In Umbria ci sono luoghi dal fascino antico, capaci di emozionare come pochi, nascosti tra i boschi, eppure legati allo spirito dell’uomo e alla natura. Uno di questi è l’eremo delle carceri. Camminando fra una cornice di roccia sporgente, pietre secolari, alberi di leccio, querce, faggi e aceri, sembra di sentire i brani del Cantico delle Creature. Ed è tra le grotte della rupe, che si possono trovare le testimonianze degli uomini di fede, le memorie francescane scolpite dal 1200 tra gli anfratti e i profondi tagli dell’azione del tempo, generati dal vento.

Affacciandosi da un parapetto, si nota la vertiginosa gola naturale del torrente Luparia, ormai perennemente in secca. Un tempo, il cupo rimbombo delle acque tumultuose, dovrebbe essere stato simile a un tremendo orrido. Forse, è per questo che la leggenda racconta che fu disseccato da Francesco, affinché lo scroscio dell’acqua non disturbasse la preghiera dei frati. Qui sorella natura e il silenzio ti trasportano dentro un’atmosfera mistica e raccolta. Uno splendido rifugio di spiritualità, cuore del mondo, dove si va per ricercare un’umanità diversa, oppure per riappropriarsi del proprio tempo, ma anche per cercare se stessi e fuggire dal caos. Insomma, un luogo pensato come la via dell’uomo e non per l’uomo.

Un vero ed insigne monumento al monachesimo del Medioevo, dove anche il miscredente avverte il ritorno allo spirito. Un luogo meditativo, quasi magico per il forte richiamo alla dimensione di riscatto eremitici. E’ posto a 800 metri di altezza e dista circa 5 chilometri dalla città serafica. Per raggiungerlo non ci sono mezzi pubblici, solo taxi. I frati più volte hanno sollecitato al Comune una navetta, almeno durante il periodo estivo. Sono salito fin quassù in questo mese di novembre, sotto un cielo terso, carico di cirri di bambagia e minacce di pioggia.

Ad accompagnarmi nel tour, un giovane frate, Luca Di Pasquale. E’ uno dei quattro religiosi custodi di questo angolo di Paradiso, dove l’uomo sembra superfluo. Appena si varca la porta di legno dell’ingresso, rigorosamente vietato agli animali, senti subito un misticismo forte e prorompente, dove le parole possono poco e tracciano solo un labile ed estemporaneo racconto. «Qui bisogna arrivare come pellegrini e non turisti», dice fra Luca, riservandoci un’accoglienza calda e gentile.

«Se si arriva da turisti – avverte – il rischio è di non riportare a casa nulla, se non qualche foto e un souvenir. Se invece si ascolta la voce di Francesco, allora ci scrolliamo di dosso l’orgoglio e abbracciamo l’umiltà: Questo luogo, un tempo appartenente ai benedettini, è dove san Francesco si è interrogato e ha cambiato il suo stile di vita». Questo frate-studente di 28 anni, proviene da un piccolo paese della campagna di Teramo, Notaresco, ed è cresciuto in una bella famiglia, con relazioni semplici e autentiche. Anche se non ti venisse incontro con il saio francescano, capiresti subito dai modi eleganti e dalle buone maniere che è un giovane educato e rispettoso. Studiava ingegneria edile a L’Aquila, quando il terremoto nel 2009 ha seminato morte e distruzione. Si è salvato perché quella notte era a casa per finire dei lavori da consegnare in facoltà.

Gli chiedo: adesso che il terremoto continua a sconquassare dal 24 agosto scorso l’Italia centrale, dove è Dio? «Questa domanda me la sono posta anch’io. Dio sicuramente non c’entra. Il terremoto parte da lontano, come un tuono. Ma non viene dal cielo. No, dal suo opposto. E’ il grido di dolore della terra, che si mescola con lo strazio dei sopravvissuti. L’esperienza che ho fatto a L’Aquila, dove ho perso casa, amici e ho visto crollare tutto, tranne la relazione con Dio. Lui è presente in questa sofferenza e ci dà la forza per affrontarla. Io l’ho provata e adesso la chiedo per gli altri». Lo afferma con serenità frate Luca, dopo aver sentito l’odore e la voce del terremoto, prima in Abruzzo e adesso in Umbria. Una voce fatta di polvere pesante, di mattoni e pietre che si sgretolano, che toglie il respiro e la vita. Ma Dio non c’entra.

Quando hai sentito la chiamata alla vocazione? «A 21 anni sono entrato in convento. Fino allora non pensavo affatto di farmi frate, anzi sognavo di sposarmi, di avere una famiglia normale … poi ho scoperto che Dio mi chiamava. E’ successo quando sono arrivato ad Assisi per frequentare un corso di orientamento giovani alla Domus Pacis . Conoscendo i francescani, ho capito che questo era il mio posto. Adesso frequento l’istituto di teologia». La simpatia di frate Luca è immediata, spontanea, come il sorriso franco che sa conquistare chiunque, assieme alla gioia di stare assieme. E la serenità dello sguardo racconta di una pace interiore, forse conquistata dopo una complicata ricerca.

Quanti religiosi ci sono all’eremo? «All’eremo siamo due comunità: quattro frati e tre suore clarisse di vita attiva, che ci danno una mano anche nella gestione del santuario». Prima di iniziare la visita di questo affascinante luogo, dove si respira un’aria intrisa di pace e dove il panorama è stupendo, scattiamo qualche foto vicino al pozzo che ci accoglie all’ingresso. Si dice che fosse all’inizio una sorgente fatta sgorgare da un miracolo di San Francesco. Le “carceri” sono le grotte naturali del monte Subasio, simili a tuguri. Iniziamo dal refettorio con le pareti che sono in parte in viva roccia. Qui, a capotavola, consumò i suoi posti anche san Bernardino da Siena.

Raggiungiamo poi l’ala nord dell’eremo, dopo esserci soffermati davanti alla pesante croce che san Bernardino usava per scopi penitenziali. Arrampicandoci su una scalinata molto ripida, incastonata nella roccia, arriviamo alle celle dei frati. Impressionano le ridottissime dimensioni. Subito dopo ci affacciamo da quattro archi stamponati che guardano la valle e il bosco, cui fa da sentinella un campanile. Scendendo, raggiungiamo prima la cappella di san Bernardino, adiacente al coro ligneo del 1600, poi attraverso gli angusti passaggi interni e una ripida scala in pietra, attraversando una porticina arriviamo alla grotta di san Francesco. E’ questo il giaciglio del poverello, che usava un tronco come cuscino.

Proseguendo, usciamo da un’altra porticina verso l’esterno, dove su una lastra del piancito si scorge il fondo di un burrone: è il buco del diavolo. Infine, su un vialetto in salita, ci avviamo verso la selva. Incredibile il leccio millenario, ormai ridotto ad uno scheletro. Oltrepassando un ponticello, in una piccola area, ci sono statue di bronzo che riproducono in scala Francesco, Leone e Ginepro mentre ammirano il cielo. Infine, raggiungiamo le grotte e, nel viaggio di ritorno, ci fermiamo alla cappella della Maddalena che ospita le spoglie d frate Barnaba Manassei, ispiratore di monti di Pietà, morto alle Carceri nel 1477.

Quando usciamo dall’eremo, il pallido sole del tramonto colora di rosso il monte Subasio, mentre il suono di una campana si diffonde nella montagna mistica, fra i lecci e le faggete del bosco, pieno di silenzio, pace e tranquillità. Frate Luca ci saluta e noi gli rivolgiamo l’ultima domanda: in futuro avremo un frate ingegnere? Sorride, allarga le braccia: «Forse, perché molti religiosi mi suggeriscono di proseguire gli studi e laurearmi in ingegneria edile. Potrebbe essere utile per mettere in sicurezza luoghi come questo, visto che siamo in una terra di eventi sismici». Mentre gli stringiamo la mano, un povero – arrivato fin quassù con un passaggio di fortuna – si avvicina e gli chiede qualcosa da mangiare e portare a casa.



Eremo delle Carceri Intervista Luca Di Pasquale

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