Speciali > Il Crocifisso di San Damiano torna a San Damiano > Parlano i colori



Fonte: Rivista “Assisi Porziuncola”.

Il Crocifisso di San Damiano è un’icona bizantina, con forti influssi siriaci, opera di un pittore umbro del XII secolo. Fu dipinto su una tela incollata su una tavola di legno di noce alta 190 cm, larga 120 cm e spessa 12 cm. Nel linguaggio proprio delle icone, ogni elemento è ricco di significati simbolici, e deve contribuire a rendere visibile l’invisibile, permettendo a chi la contempla di immergersi nel mistero di Dio.

I colori dominanti sono, dall’interno all’esterno, il nero (le tenebre, il male, la morte, il sepolcro); il rosso (il sangue, l’amore che arriva “fino alla fine”, la vita donata, la sofferenza; ma anche lo Spirito Santo); l’oro (la regalità, la gloria, la divinità). Su questi colori campeggia il Cristo, eretto, con le braccia aperte, gli occhi spalancati, un sorriso accennato sulle labbra, il corpo luminoso, un ampio perizoma, le ferite delle mani, dei piedi, del costato da cui zampilla sangue.

Come interpretare questa rappresentazione del Cristo in croce? Essa non appartiene al genere del Christus patiens, che tende al realismo della rappresentazione delle sofferenze di Gesù (testa reclinata sulla spalla, occhi chiusi e corpo incurvato in uno spasimo di dolore). Il Crocifisso di San Damiano appartiene invece al genere del Christus triumphans, vincitore della morte, che unisce elementi della Passione ed elementi della Risurrezione, in una sintesi ispirata alla teologia del Vangelo di Giovanni, che riconosce nell’insieme degli eventi della Pasqua di Gesù la sua glorificazione.

Il Crocifisso di San Damiano è dunque il Cristo risorto, che si rivolge agli apostoli con le parole ”Pace a voi!”, e mostra le piaghe della Passione, segni del suo amore “fino alla fine”, dalle quali “siamo stati guariti”; è l’Agnello dell’Apocalisse, “ritto e come immolato”. Il suo corpo è luminoso, come lo era stato il giorno della Trasfigurazione: Cristo si manifesta come la luce del mondo, che esce dal nero del sepolcro. È un Cristo che con le braccia aperte, con i grandi occhi spalancati, con il dolce sorriso, con l’orecchio sinistro inclinato, invita benignamente ad un colloquio, a raccogliersi con lui.

Sotto le braccia distese di Gesù vediamo due gruppi di persone. Sono i testimoni della crocifissione del Cristo e, nello stesso tempo, le persone a lui più vicine; sono come irrorate dal suo sangue, prezzo del nostro riscatto; sono anche la prima comunità dei credenti, la Chiesa che nasce dal costato trafitto. Le singole figure sono identificabili dalla scritta sottostante. Il primo gruppo, a sinistra, è formato dalla Madre di Gesù e da Giovanni, il discepolo amato. Sulla destra troviamo Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e il centurione. Sotto le figure di Maria, a sinistra, e del centurione, a destra, si notano altre due persone: a sinistra il soldato romano, conosciuto dagli apocrifi come Longino, con in mano la lancia con cui ha trafitto il costato di Gesù; a destra un personaggio senza nome, forse un ebreo, a giudicare dalla foggia dell’abito e dai lineamenti del viso.

Ai piedi della croce vi sono sei personaggi, dei quali due soli ben conservati, gli apostoli Pietro e Paolo; sopra il primo, un piccolo gallo con il becco aperto ricorda il rinnegamento di Pietro, ma forse è anche simbolo dell’alba di Cristo, “sole che sorge”.

Accanto alle mani di Gesù sono sei angeli, che conversano e gesticolano animatamente tra loro: sono i testimoni celesti della Passione e Risurrezione di Gesù, che coinvolge tutto il creato, naturale e soprannaturale.

Nella parte superiore della croce, in un cerchio, è rappresentato Gesù che ascende al Padre: vestito di una veste bianca (la Risurrezione), con un mantello oro (la gloria) e una stola rossa (l’autorità sacerdotale), recante in mano uno scettro a forma di croce, a sua volta rosso (il sangue versato) e oro (la gloria); il cerchio stesso indica pienezza, perfezione, eternità. Gli angeli festanti accolgono nei cieli il Cristo, al quale è rivolta una mano benedicente: è la mano, la destra di Dio, simbolo già veterotestamentario del suo operare potente e salvifico.

I bordi della croce sono circondati da un’ornamentazione a conchiglie, simbolo di bellezza e di eternità, cui Cristo apre la via con la sua croce.

Davanti al Crocifisso di San Damiano, nell’omonima chiesa nei pressi di Assisi, san Francesco pregò agli inizi della sua avventura spirituale, chiedendo luce per la sua vita: “O alto e glorioso Dio...”. E da questo Crocifisso udì le parole del suo primo mandato: “Francesco, va’ e ripara la mia casa, che come vedi è tutta in rovina”: siamo nel 1205-1206.

Davanti a questo Crocifisso pregarono Chiara, sua sorella Agnese e l’intera comunità delle povere dame, qui insediatasi nel 1211. Dopo la morte di Chiara, l’11 agosto 1253, il suo corpo fu traslato nella chiesa di San Giorgio, in Assisi, e insieme al processo di canonizzazione fu avviato il progetto di una basilica in suo onore. Nel 1257 le clarisse lasciarono il monastero di San Damiano e si trasferirono in Assisi, presso la nascente basilica di S. Chiara, portando con sé il prezioso crocifisso.

Nuovamente esposto al pubblico dal 1957, esso si trova attualmente nella cappella detta appunto “del Crocifisso”. Ancora oggi il Crocifisso di San Damiano parla al cuore degli innumerevoli pellegrini che, sostando, si lasciano incontrare dal suo sguardo; che ciascuno, nel contemplarlo, possa arrivare a esclamare con Paolo: “Cristo mi ha amato, e ha dato se stesso per me!”.

 

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