L’esempio di Abramo secondo il Crisostomo 17 Mag 2022

Gli enormi vantaggi dell’ospitalità

Immersi come siamo nella “globalizzazione dell’indifferenza”, uno dei temi che suscita più polemiche e opinioni contrastanti è quello relativo all’accoglienza dei migranti che ha rappresentato un certo interesse anche nella “chiesa antica”, destando verosimilmente i medesimi sospetti e le stesse reticenze circa il valore profondamente evangelico e cristologico dell’ospitalità. Eppure basterebbe citare Mt 25,35: «Ero straniero e mi avete accolto», per dirimere la questione o, perlomeno, elevarla a riflessione teologico-biblica, con l’acume e la passione del presbitero e predicatore, Giovanni Crisostomo. Egli, in particolare, nella serie lunga delle Omelie sulla Genesi, tenuta probabilmente durante la quaresima del 388, ad Antiochia, si sofferma a commentare il capitolo 18 del primo libro della Sacra Scrittura e, sviscerando il testo che racconta la visita dei tre personaggi misteriosi alle Querce di Mamre, indica in Abramo un modello elevatissimo di sollecitudine verso lo straniero. L’omelia 41 è un trattato mirabile sull’ospitalità propria del cristiano che, in quanto tale, non può che seguire le orme di Colui che si è fatto pellegrino per amore dell’uomo, bussando alla porta del suo cuore e chiedendogli di accoglierlo nell’intimità di una cena (cf. Ap 3,20). Sapiente la parola, virtuosa la penna, ardente l’amore di questo eminente personaggio dell’antichità capace di trascinare dentro la sua narrazione che risulta attualissima, intessuta di fine esegesi e accurata parenesi, ridondante, talvolta, quanto a contenuti ma mai stucchevole, anzi vibrante e nutriente.

Alle Querce di Mamre, nell’ora più calda
Innanzitutto, il “boccadoro” (così chiamato per la sua impareggiabile eloquenza) si premura di spiegare che il centenario Abramo, pur disponendo di un numero nutrito di schiavi (318), all’arrivo dei tre misteriosi viandanti, li accoglie lui sollecitamente, in prima persona, non curante dell’ora calda che facilmente avrebbe potuto costituire una causa (anche ragionevole) di negazione dell’ospitalità, pur molto sacra per gli ebrei (cf. Gen 18,1). Anzi: «poiché sapeva che quanti sono costretti a camminare soprattutto a quell’ora, necessitano di essere soccorsi» scelse «come proprio riposo la sollecitudine verso i viandanti, adoperandosi di condurre al riparo quelli che erano bruciati dal calore, non indagando sui passanti, né chiedendosi se fossero o meno volti a lui noti» (hom. in Gen. 41,3). Già questa frase meriterebbe un commento disteso, in quanto ci dice che Abramo, innanzitutto, pospone le esigenze della sua età avanzata, alla necessità di soccorrere i passanti i quali, proprio perché arrivati a quell’ora, erano “bruciati” dall’afa, immagine vivida che quasi fa visualizzare il rossore sulla pelle dei tre uomini. Poi, ancora più mirabile, il “considerare e lo scegliere, preferendo” (questo è lo spettro semantico di κρίνω) la sollecitudine come “riposo”, un ossimoro mozzafiato dentro una trama relazionale improntata a carità e fondata su consapevolezza biblica ben salda, visto che appena dopo il Crisostomo cita Eb 13,1, circa il fatto che alcuni, senza saperlo, hanno ospitato degli angeli e sull’esortazione di Gesù ad accogliere i piccoli così da fare spazio a lui, in persona (cf. Mt 18,5).

Preziosa è, infine, l’annotazione – più volte occorrente lungo l’omelia – che Abramo non si preoccupa di appurare l’identità o di chiedere le generalità dei viandanti, anche perché - chiosa - «approfondire questi aspetti non è ospitalità, quanto piuttosto condividere la propria affabilità con tutti i passanti» (hom. in Gen. 41,3), in maniera, cioè, impersonale, fredda e, forse, solo finalizzata a esaltare l’ospitante, piuttosto che a servire l’ospite, ad alzare muri, piuttosto che ad aprire tende. Scrive, allarmato, Papa Francesco riguardo a una diffidenza simile tutt’oggi serpeggiante: «dietro le mura dell’antica città c’è l’abisso, il territorio dell’ignoto, il deserto. Ciò che proviene di là non è affidabile, perché non è conosciuto, non è familiare, non appartiene al villaggio. È il territorio di ciò che è “barbaro”, da cui bisogna difendersi ad ogni costo. Di conseguenza si creano nuove barriere di autodifesa, così che non esiste più il mondo ed esiste unicamente il “mio” mondo, fino al punto che molti non vengono più considerati esseri umani con una dignità inalienabile e diventano semplicemente “quelli”. Riappare «la tentazione di fare una cultura dei muri, di alzare i muri, muri nel cuore, muri nella terra per impedire questo incontro con altre culture, con altra gente. E chi alza un muro, chi costruisce un muro finirà schiavo dentro ai muri che ha costruito, senza orizzonti» (Fratelli tutti 27).

Giovanni Crisostomo continua soffermandosi sulla corsa di Abramo dalla tenda, una volta accortosi dei tre uomini dritti davanti a lui (cf. Gen 18,2). La motiva con il desiderio del patriarca di non perdere la sicura ricompensa che l’ospitalità gli avrebbe guadagnato e raccomanda ai destinatari delle sue parole di imitarlo, considerando che «attraverso il passante tu accogli il tuo Signore. Ogni volta che, infatti, manifesti sollecitudine verso lo straniero nel suo nome, riceverai la ricompensa come se avessi accolto lui in persona» (hom. in Gen. 41,4). Parole in piena sintonia con il magistero di Papa Francesco che, a proposito dell’identificazione di Cristo con il forestiero, rimarca la necessità di «riconoscere Cristo stesso in ogni fratello abbandonato o escluso (cf. Mt 25,40.45). In realtà, la fede colma di motivazioni inaudite il riconoscimento dell’altro, perché chi crede può arrivare a riconoscere che Dio ama ogni essere umano con un amore infinito e che gli conferisce con ciò una dignità infinita» (FT 85).

La corsa di Abramo, indicativa della sua concreta sollecitudine nei confronti di uomini che, se non fossero stati così invitati a fermarsi, forse avrebbero tirato dritto per non disturbare, si conclude con la prostrazione del vegliardo che – commenta Crisostomo – dà così maggior risalto alle parole della sua già “accorata invocazione”, scevra da motivazioni puramente formali e simbolica di «grande ardore, grande umiltà, grandissima ospitalità, ineffabile cura» (hom. in Gen. 41,4), virtù incastonate in un impianto retorico costruito con anafora dell’aggettivo “grande” dentro una climax che sfocia nell’”ineffabile”, per dire l’indicibile.

L’ospitalità diventa benedizione
Virtù che brillano in un uomo che riconosce di stare di fronte a dei “Signori” come un “servo”, tutto intento non solo ad accogliere con zelo ma anche a provvedere al necessario per rifocillare i viandanti, esortati a sedere all’ombra per respirare aria salubre e così ritemprarsi. Nel tornare “di corsa” verso la tenda Abramo, a questo punto, coinvolge Sara nell’opera di solidarietà, chiedendole di preparare tre misure di farina con una certa sveltezza: l’imperativo “muoviti” (cf. Gen 18,6) rivolto alla donna ha lo scopo precipuo – spiega il “boccadoro” – non tanto di impartirle un comando quanto di stimolarla a partecipare a una così grande e benemerita azione di accoglienza. Dice, infatti: «Poiché (Abramo) conosceva la grandezza di quell’azione virtuosa, voleva rendere partecipe dei premi e delle ricompense anche colei che era diventata la sua compagna di vita» (hom. in Gen. 41,5) e, dopo, il nostro autore ne approfitta per una parenesi a carattere familiare volta a esortare le coppie di sposi a obbedirsi vicendevolmente e a “sporcarsi le mani” direttamente nell’accoglienza dello straniero per con-correre verso un’unica meta, un solo guadagno. Non fa mancare una sonora rampogna alle donne che invece di vivere da vere “timorate” di Dio, ornandosi di buone opere, inseguono le velleità della moda e dell’estetica. Sara, invece, coglie l’invito di Abramo e si adorna di virtù, guadagnandosi la lode del predicatore antiocheno che, a questo punto, ripone la sua attenzione sulla celerità e la gioia grande con cui Abramo e, stavolta, i servi, preparano da mangiare. Ciò è motivo di onore e di forza: la fiacca dovuta all’età è suffragata dall’ardore e dallo zelo che, vigoroso, «vince la debolezza del corpo» (hom. in Gen. 41,6).

Abramo, quindi, diviene emblema di umiltà per lo stile servizievole che lo caratterizza e questa ospitalità, oltremodo esaltata dall’omileta, diviene fonte di benedizione, motivo della tanto sperata ricompensa. L’annuncio di essa è preparato da una domanda rivelatrice: Dov’è Sara, tua moglie? (Gen 18,9). Gli ospiti, dunque, non erano passati di lì per caso, ma conoscono benissimo i coniugi che li stanno accogliendo, sanno del dolore di non aver potuto generare figli propri e dell’attesa che la promessa delle stelle del cielo (cf. Gen 15,5) si compisse. Questa “prescienza” non è certo fortuita, ma risiede nel fatto che i tre viandanti in realtà sono “uno”, in quanto sono Dio (ὡς Θεὸς) e come tale è «in procinto di promettergli cose al di sopra della natura (ὑπὲρ φύσιν), perciò, anche col pronunciare il nome di Sara, indicò che colui che si era trattenuto presso la sua tenda era di una condizione superiore a quella umana (ὑπὲρ ἄνθρωπον)» (hom. in Gen. 41,6). Peraltro, qui Crisostomo supera l’approccio ermeneutico letterale di hom. in Gen. 41,5 dove il fatto che Abramo si rivolgesse ai passanti al singolare, chiamandoli “Signore”, lo aveva motivato con la preferenza del patriarca di riferirsi solo al personaggio che, fra i tre, spiccava per fama; ora, invece, fornisce, implicitamente, dello stesso maschile singolare un significato teologico: è Dio stesso l’ospite, è Lui che sa della sterilità ed è venuto a visitarla con una retribuzione “in carne e ossa”, ampiamente ripagante gli sforzi di Sara.

Quest’ultima, però, data la sua veneranda età e la sua incapacità naturale a generare vita - «si era inaridita la fonte, oscurato l’occhio, lo stesso ricettacolo si era atrofizzato» (hom. in Gen. 41,6) – pensò che quella promessa non si sarebbe potuta realizzare, ma il Signore, cogliendo prontamente siffatti pensieri, esclamò: Nessun fatto è impossibile presso Dio! (Gen 18,14), rivelandosi apertamente come “il Padrone della natura”, libero di compiere tutto ciò che vuole, «sia vivificare un grembo morto sia renderlo adatto ad accogliere una vita» (hom. in Gen. 41,6). Il parto di Sara, l’anno dopo, sarà esplicativo della potenza delle parole pronunciate dal viandante (non più ignoto), nonostante la di lei iniziale incredulità che poi, per paura di essere stata colta in flagrante, si tramutò in negazione. Per questo, Abramo la rimprovererà temendo di perdere i beni promessi per così larga generosità e accoglienza.

Amare e accogliere tutti
L’omelia, a questo punto, assume un tono evidentemente parenetico tramite l’esortazione a imitare lo zelo del patriarca Abramo e della moglie, al fine di ricevere non solo in cambio i beni materiali e corruttibili ma anche quelli imperituri: «Se, infatti, faremo ciò, (accadrà che) sia noi accoglieremo Cristo sia Egli accoglierà noi in quelle dimore preparate per coloro che lo amano» (hom. in Gen. 41,7). Infine, una perorazione che non può che essere riportata integralmente per coglierne tutta la ricchezza e dare spazio a un insegnamento che, per quanto molto lontano nel tempo, non perde il suo vigore e la sua attualità: «Non disdegniamo, quindi, i vantaggi enormi derivanti dall’ospitalità, ma impegniamoci ogni giorno per approfittare di questo bel guadagno, sapendo che il nostro Signore guarda alla larghezza della bontà d’animo, non alla quantità del cibo né alla mensa lussureggiante, ma alla disposizione (interiore) gioiosa; non semplicemente alla sollecitudine fatta di parole, ma all’amore che proviene dal cuore e da intenzioni sincere. Per questa ragione anche un saggio diceva: Meglio una parola che un dono (Sir 18,16).

Spesso, infatti, la funzione terapeutica della parola ha riparato l’indigente più del dono. Sapendo queste cose, non mostriamoci infastiditi nei confronti di chi si accosta a noi, ma se possiamo alleviare la loro indigenza, facciamolo di buon animo e con grande gioia, non come se offrissimo loro qualcosa, ma come se ricevessimo doni enormi. Se, invece, non possiamo, non inaspriamoci con loro, ma mostriamo sollecitudine mediante la parola e rispondiamo loro con mitezza. Per quale motivo, infatti, ti rivogli a lui con asprezza? Ti sta forse costringendo? Forse ti sta usando violenza? Egli prega, ti supplica, ti scongiura: chi fa così non merita di essere trattato con ira. Cosa dico? Ti prega e ti scongiura? Egli ti supplica continuamente e fa tutto ciò per un solo obolo e noi non gli diamo nemmeno questo. E quale perdono potremmo ottenere o quale giustificazione raggiungere, noi che ogni giorno imbandiamo una tavola ricca, andando spesso oltre il nostro reale bisogno, ma non li rendiamo partecipi di niente, pur potendo ricevere questi innumerevoli beni tramite ciò? Ma che grande negligenza! Quale danno ricaviamo da essa e quale guadagno ci lasciamo sfuggire dalle nostre mani? E così perdiamo l’occasione della nostra salvezza, ricevuta da Dio e non pensiamo valutiamo né lo scarso valore di ciò che viene dato, né l’eccellenza per tali ricompense, ma riponiamo ogni cosa negli scrigni e permettiamo che l’oro sia consumato dalla ruggine, anzi lo mettiamo nelle mani dei ladri. Lasciamo che gli abiti variopinti siano consumati dalle tarme e non consentiamo che le cose di uso quotidiano, giacenti inermi, vengano amministrate come si deve affinché siano custodite per noi e noi possiamo, per loro mezzo, essere ritenuti degni dei beni eterni» (hom. in Gen. 41,7).

La chiusa dossologica pone fine a un vero e proprio trattato sull’ospitalità (φιλοξενία), quale irrinunciabile virtù cristiana. E se, come si legge nella Fratelli tutti: «è importante che la catechesi e la predicazione includano in modo più diretto e chiaro il senso sociale dell’esistenza, la dimensione fraterna della spiritualità, la convinzione sull’inalienabile dignità di ogni persona e le motivazioni per amare e accogliere tutti» (FT 86), Giovanni Crisostomo, anche solo con questa omelia, ha superato l’esame, a pieni voti! A noi la messa in pratica.

In FRATELLI TUTTI, a cura di Graziano Maria Malgeri
dal n. 3/2021 della Rivista Porziuncola

Foto credit: Ahmed akacha su Pexels



Abramo Graziano Malgeri Ospitalità Rivista Porziuncola

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