GIOVEDÌ della V sett. di Quaresima Feria (viola)
giovedì, 02 aprile 2020
Seconda parte dell'articolo di p.Graziano Maria Malgeri 04 Feb 2020

Pelagianesimo: ovvero mi salvo con le mie forze - 2/2

Pubblichiamo la seconda parte dell'articolo di p. Graziano Maria Malgeri sul pelagianesimo (prima parte disponibile qui)

Un atteggiamento autoreferenziale

Papa Francesco, in EG 94, parla del pelagianesimo, secondo “combustibile” della mondanità spirituale, in termini di atteggiamento: autoreferenziale e prometeico di coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri perché osservano determinate norme o perché sono irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico proprio del passato. In GE 47ss, lo stesso Pontefice afferma che detto fenomeno si profila come una trasformazione dell’errore gnostico sicché: «il potere che gli gnostici attribuivano all’intelligenza, alcuni cominciarono ad attribuirlo alla volontà umana, allo sforzo personale» (GE 48), dimenticandosi che «tutto «dipende [non] dalla volontà né dagli sforzi dell’uomo, ma da Dio che ha misericordia» (Rm 9,16) e che Egli «ci ha amati per primo» (1 Gv 4,19)» (ibidem). Occorre confidare di meno nelle nostre forze e di più nella grazia di Dio che «proprio perché suppone la nostra natura, non ci rende di colpo superuomini» (GE 50). Nella concezione pelagiana, infatti, l’uomo, con le sue forze, se lo vuole e a date condizioni, può raggiungere la perfezione morale.

Tale perfezione, invece, si raggiunge stando umilmente alla Sua presenza, camminando in unione con Lui, sorretti dalla grazia di Dio che, a motivo di ciò, la Tradizione ha giustamente definito «preveniente, concomitante e susseguente ogni nostro agire» (cf. Conc. Ecum. di Trento, Sess. VI, Decr. de iustificatione, cap. 5: DH, 1525). Questo, infatti, è insegnamento assodato nella Chiesa, prima e dopo Agostino: Crisostomo, Basilio, il secondo Sinodo di Orange (529), Catechismo della Chiesa Cattolica, Tommaso d’Aquino, Teresa di Lisieux, sono i testimoni autorevoli evocati (GE 52-54). Chi sono, dunque, i nuovi pelagiani, si chiede il Papa? Chi, fiducioso nelle sole proprie forze e nella propria volontà, si distingue per: l’ossessione per la legge, il fascino di esibire conquiste sociali e politiche, l’ostentazione nella cura della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, la vanagloria legata alla gestione di faccende pratiche, l’attrazione per le dinamiche di auto-aiuto e di realizzazione autoreferenziale (GE 57). La conseguenza è evidente: annacquare il Vangelo che perde il suo sapore fresco (GE 58), “complicandolo”, diventando schiavi di uno schema che lascia pochi spiragli perché la grazia agisca (GE 59).

Il Santo Padre, a fronte di una diagnosi così preoccupante, propone un antidoto:  al fine di evitare questo, è bene ricordare spesso che esiste una gerarchia delle virtù, che ci invita a cercare l’essenziale. Il primato appartiene alle virtù teologali, che hanno Dio come oggetto e motivo. E al centro c’è la carità. (GE 60) In mezzo alla fitta selva di prescrizioni e leggi Gesù apre una breccia che permette di distinguere due volti, in qualche modo “speculari”: in ogni fratello, specialmente nel più piccolo, fragile, indifeso e bisognoso, è presente l’immagine stessa di Dio. Infatti, con gli scarti di questa umanità vulnerabile, alla fine del tempo, il Signore plasmerà la sua ultima opera d’arte. (GE 61)

Così il Santo Padre chiude il cerchio, fugando il dubbio anche attorno al pericolo di un semipelagianesimo redivivo, tra l’altro semplicemente accennato (cf. GE 48). Con questa espressione ci si riferisce, storicamente, a quel movimento sorto in ambiente monastico in opposizione sia ad Agostino sia a Pelagio, dal momento che i monaci si erano visti sminuire, se non nullificare, tutti i loro sforzi in senso ascetico. In particolare, contro l’opinione agostiniana della predestinazione, detti monaci sostenevano che, siccome Cristo era morto per tutti, la salvezza era stata concessa ad ogni uomo, senza alcuna discriminazione e che tale salvezza si poteva raggiungere sia attraverso la grazia di Dio ma anche attraverso l’iniziativa dell’uomo. Agostino avrebbe obiettato: ma chi sta all’origine dell’iniziativa dell’uomo? Per il vescovo di Ippona, che su questi temi rimane voce autorevole, non si può infatti operare il bene senza lo Spirito Santo che, a sua volta, non si può ricevere senza la fede la quale, infine, non si può avere senza un aiuto dall’alto.

In PAROLA DEI PADRI, a cura di Graziano Maria Malgeri
dal n. 3/2019 della Rivista Porziuncola



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