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martedì, 25 febbraio 2020
Già nel V secolo la perniciosa eresia trovò teologi che la predicavano e fedeli che la praticavano. 22 Gen 2020

Pelagianesimo: ovvero mi salvo con le mie forze - 1/2

Pubblichiamo la prima parte di un articolo di p. Graziano Maria Malgeri sul pelagianesimo. 

Secondo papa Francesco, accanto allo gnosticismo, un altro nemico, antico e sempre nuovo, minaccia la santità del popolo di Dio: il pelagianesimo, manifesto di un «immanentismo antropocentrico travestito da verità cattolica» (GE 35). Apparso agli inizi del V sec. a opera del monaco britannico Pelagio (ca. 354-427), che studiò e visse per un lungo periodo a Roma e poi, dopo il 410, in Africa e a Gerusalemme, il movimento insegnava una dottrina che esaltava, nella pratica di una vita asceticamente impegnata, la libera iniziativa dell’uomo, capace di assicurargli la salvezza solo esteriormente, e soccorsa accessoriamente dalla grazia di Dio. Animato, perciò, da una visione ottimistica circa la possibilità umana di fare il bene, Pelagio si pose, coinvolgendo il prete romano Celestio e il pensatore colto e raffinato Giuliano di Eclano, all’origine di una controversia non tanto incentrata sull’impegno morale coerente al Vangelo, quanto piuttosto sul suo presupposto antropologico relativo al problema del libero arbitrio e del ruolo della grazia divina nella salvezza dell’uomo.

Pelagio e Agostino

Intorno all’anno 405, in un circolo di Roma, Pelagio incontrò un vescovo amico di Agostino e altri. Si leggeva il libro X,29,40 delle Confessioni dove l’ipponense (come lui stesso ricorda nel De dono perseverantiae 20, 53) ripete più volte: Da quod iubes et iube quod vis - dammi ciò che comandi e comandami ciò che vuoi (espressione citata anche in GE 49). Di fronte a questa invocazione, Pelagio si alzò infuriato perché la considerava un’offesa al Padre eterno. Essa faceva, infatti, risalire a Dio quello che invece, secondo Pelagio, è compito dell’uomo: Dio comanda e l’uomo deve eseguire. Da quod iubes? No, sostiene Pelagio, non è Dio che deve dare, perché altrimenti la colpa, nel caso che l’uomo non compia ciò che Dio comanda, ricadrebbe su Dio stesso. In questa circostanza viene allo scoperto tutta la distanza che separava Agostino e Pelagio a motivo di due concezioni opposte della vita cristiana.

Per Agostino, in buona sostanza, la natura, corrotta (il Catechismo parla di natura ferita, indebolita: CCC 405, 407, 417, 418) dal peccato di Adamo, trasmesso ai suoi discendenti mediante la concupiscenza che accompagna l’atto sessuale, gli impedisce di salvarsi con le proprie forze, nonostante il libero arbitrio, essendo l’umanità responsabile del peccato commesso, una massa perditionis al medesimo peccato assoggettata e incapace di adempiere alla legge divina. Per liberare l’uomo, Dio ha mandato suo Figlio, nato da una Vergine, con una carne, cioè, simile alla nostra e gli ha regalato una gratia che precede e determina i meriti, e determina anche in qualche modo la fede preparando la volontà ad accogliere il messaggio evangelico con una chiamata che è appunto all’origine di tale buona volontà (effectrix bonae voluntatis): tutto, dunque, è esclusivo merito di Dio, dal momento che nihil nostrum est. Nel pensiero di Agostino, impegnato in prima linea ad arginare i pericoli di un’interpretazione radicale del pelagianesimo, mediante diverse opere a tema, l’autosufficienza di matrice stoica e sposata da parte dei pelagiani cede il passo all’abbandono in Dio che non comanda nulla di impraticabile, ma piuttosto chiede di fare solo quello che si può, lasciando il resto a Lui: iubendo admonet et facere quod possis et petere quod non possis (Aug., nat. gr. 43,50).

Dio, inoltre, in forza della sua liberalità, concede questa grazia di salvezza non a tutti ma solo ad alcuni, secondo un disegno imperscrutabile. Del resto Egli è libero di condonare il debito a chi vuole e di esigere da altri il pagamento dello stesso: chi si salva sono i cosiddetti “predestinati”, mentre tutti gli altri uomini sono abbandonati a se stessi non tanto nel senso di “predestinati alla colpa”, quanto alla pena che ne consegue visto che gli uomini sono stati creati buoni e degni di amore. Il pensiero di Agostino, fortemente condizionato dalle polemiche in corso e da inserire sempre entro questi confini controversistici, pena la lettura parziale e arbitraria del pensiero stesso dell’Ipponate, talvolta presenta qualche difficoltà. Se, infatti, da una parte tutte le opere buone vengono dal dono che Dio stesso fa dello Spirito Santo, principio della preghiera e di una vita nuova, è altresì vero che «chi ti ha formato senza di te, non ti renderà giusto senza di te» (Aug., s. 169,11.13), senza cioè la volontà che, però, è frutto anch’essa, come abbiamo detto, di un dono dall’alto.

Per Pelagio, invece, è l’uomo che, istruito da Cristo con l’insegnamento, con l’esempio e con la grazia intesa solo come illuminazione dell’intelligenza, decide poi da sé se fare il bene o fare il male. Gli esseri umani sarebbero, così, colpevoli non per natura - visto che quest’ultima non era stata alterata dalla caduta di Adamo, il quale non aveva corrotto la sua discendenza, ma le aveva solo dato un cattivo esempio - quanto invece soltanto nel momento in cui scelgono di fare ciò che è male. «Posse hominem sine peccato esse, si velit» è, infatti, l’affermazione fondamentale del pelagianesimo sia per Agostino sia per Girolamo, altro autore impegnato nella controversia antipelagiana. Non c’è, dunque, nessun altro aiuto da parte di Dio, affermazione che oltre a negare il peccato originale, svaluta l’evento salvifico dell’Incarnazione e riduce il battesimo a semplice rito iniziatico.Per Agostino è lo Spirito Santo colui che ci fa gemere (cf. Rm 8); che ci ispira il desiderio santo, i sentimenti di affetto filiale verso Dio con cui noi ci indirizziamo a Lui considerandolo Padre; che ci ispira la preghiera. Per Pelagio non c’è questa ispirazione ulteriore, questo affetto interiore mosso dallo Spirito Santo.

In PAROLA DEI PADRI, a cura di Graziano Maria Malgeri
dal n. 3/2019 della Rivista Porziuncola



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