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Sant’Antonio Abate, un Santo ricco di sfaccettature 1/2 01 Feb 2019

Un uomo che respirava Cristo

Iniziamo un cammino in due tappe, accompagnati dalla riflessione di p. Graziano Maria Malgeri su Sant’Antonio Abate e di alcuni interessanti temi, quali la paternità spirituale, la sequela del Signore, che emergono dalla sua figura.

«Non c’è discernimento senza coltivare la familiarità con il Signore e il dialogo con la sua Parola»: così recita il Documento preparatorio al Sinodo sui giovani, fissato per ottobre 2018 (III,4). Non si tratta semplicemente di una frase a effetto di uno dei tanti slogan che affollano le nostre bacheche virtuali, rendendole vetrine vuote e incapaci di lanciare messaggi incisivi, quanto piuttosto di una sintesi che affonda le radici nella venerabile Tradizione della Chiesa. Proprio da questo scrigno prezioso ricaviamo il coinvolgente racconto della vocazione monastica di Antonio Abate, nato a Comana nel Medio Egitto nel 251 e datosi, intorno ai vent’anni, alla vita ascetica, prima ai margini di un villaggio, sotto la guida di un anziano che gli era stato maestro nei suoi primi passi; poi in una tomba scavata nel fianco del monte Pispir, a est del Nilo, a sud di Menfi; infine, in pieno deserto, fra rovine abbandonate. Più tardi si sposta verso il mar Rosso, nel luogo in cui sorge tuttora il monastero a lui dedicato e nel quale trascorre gran parte della vita fino alla morte, sopraggiunta nel 355 ca. La sua vicenda biografica e “vocazionale” è tratteggiata dal patriarca di Alessandria, Atanasio, nella celebre Vita di Antonio (VA), uno scritto sotto forma di lettera indirizzata ai monaci dell’Occidente per offrire loro un modello alto di vita monastica.

Nelle prime pagine di questa «regola di vita monastica sotto forma di racconto» (Greg. Naz.), Atanasio racconta delle origini nobili di Antonio, figlio di genitori benestanti e attenti alla trasmissione della fede in Cristo: «essi stessi erano cristiani per cui anch’egli fu allevato nella fede cristiana» (VA 1.1). La famiglia, dunque – per dirla con Amoris laetitia 287 – fu davvero quel «luogo dove si insegna a cogliere le ragioni e la bellezza della fede, a pregare e a servire il prossimo», non obbedendo a un copione da ripetere meccanicamente, senza convinzione, ma a una missione imprescindibile che si radica nell’esperienza personale di Cristo che per primi i genitori devono aver fatto e coltivato: «La trasmissione della fede presuppone che i genitori vivano l’esperienza reale di avere fiducia in Dio, di cercarlo, di averne bisogno, perché solo in questo modo “una generazione narra all’altra le tue opere, annuncia le tue imprese” (Sal 144,4) e “il padre farà conoscere ai figli la tua fedeltà” (Is 38,19)».

“Respirare Cristo” dentro le pareti domestiche della sua famiglia fu, per Antonio, un’esperienza talmente totalizzante che non trovò degno di alcun interesse, per esempio, studiare per acquisire una cultura profana, tanto che «né opere scritte, né sapienza mondana, né qualche arte, ma solo il servizio di Dio rese celebre Antonio» (VA 93,3), il quale era istruito direttamente da Dio (theodidaktos, VA 66,2), mediante la potenza della fede in Cristo che, come più tardi racconterà Agostino di sé, aveva «devotamente succhiato nel latte stesso di sua madre» (cf. conf. III,4.8).

Se vuoi essere perfetto…

Tornando ad Antonio, la sua fede lo portava a frequentare assiduamente la “casa del Signore” e fu proprio lì che, «stando attento alle letture e custodendo il frutto di tale ascolto nel suo cuore» (cf. VA 1.1), appena dopo sei mesi dalla morte dei suoi genitori, sentì risuonare una Parola del Vangelo che gli rivoluzionò completamente la vita, infondendo in lui il desiderio ardente di conformarsi a quella pagina di Vangelo, per renderla attuale con una scelta di vita corrispondente.

Leggiamo bene cosa scrisse Atanasio a riguardo: “Non erano ancora trascorsi sei mesi dalla morte dei genitori e mentre, come al solito, si recava nella casa del Signore, andava riflettendo sulla ragione che aveva indotto gli apostoli a seguire il Salvatore, dopo aver abbandonato ogni cosa. Richiamava alla mente quegli uomini, di cui si parla negli Atti degli Apostoli che, venduti i loro beni, ne portarono il ricavato ai piedi degli apostoli, perché venissero distribuiti ai poveri. Pensava inoltre quali e quanti erano i beni che essi speravano di conseguire in cielo. Meditando su queste cose entrò nella casa del Signore, proprio mentre si leggeva il Vangelo e sentì che il Signore aveva detto a quel ricco: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi e avrai un tesoro nei cieli» (Mt 19, 21). Allora Antonio, come se il racconto della vita dei santi gli fosse venuto da Dio stesso e quelle parole fossero state lette proprio per lui, uscì subito dalla chiesa, diede in dono agli abitanti del paese i beni che aveva ereditato dalla sua famiglia – possedeva infatti trecento campi molto fertili e ameni – perché non fossero motivo di affanno per sé e per la sorella. Vendette anche tutti i beni mobili e distribuì ai poveri la forte somma di denaro ricavata, riservandone solo una piccola parte per la sorella”.

Alcuni elementi sono degni di nota.

Innanzitutto il discernimento operato dal giovane Antonio avviene “nella casa del Signore”, cioè non semplicemente dentro una “chiesa di mattoni”, ma durante la celebrazione eucaristica in cui risuonava una Parola che aveva il potere di raggiungerlo e trovare eco nel suo cuore. Il ricordo della Parola ascoltata gli si imprimeva dentro, là dove lo Spirito trovava anche solo una piccola feritoia per entrare e far fiorire la vita nuova. Quello di Antonio Abate è, dunque, il racconto di una familiarità con la Parola di Dio che inaugura la sua sublime avventura vocazionale, innanzitutto instillando nel suo animo una sorta di nostalgia della comunità cristiana primitiva, ben delineata dal racconto di At 4,32-35, soprattutto per la rinuncia totale dei beni attuata dagli apostoli prima di seguire il Signore, paghi solo di una speranza riservata loro nei cieli.

Alla meditazione del passo di At 4, si aggiunge l’ascolto, sempre durante una liturgia, di Gesù che nel vangelo del giorno diceva a un giovane ricco: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi tutto quello che hai e dal lo ai poveri, poi vieni e seguimi” (Mt 19,21). Il giovane egiziano capì, allora, che in quel momento Cristo stava parlando a lui personalmente; quindi, senza esitare, con una prontezza che è tipica di chi ha fiutato un mega affare e non se lo può far sfuggire, subito, andò, provvide al futuro della sorella, alla sua tutela affidatagli quando rimasero orfani, vendette tutto e si ritirò nel deserto. L’aveva riconosciuto: il Vivente aveva parlato al Suo cuore indicandogli la via per essere davvero felice e, come Abramo alla voce parlante di JHWH che lo invitava a uscire dalla sua terra per andare dove gli avrebbe indicato (cf. Gen 12,5), anche Antonio e chissà quanti prima e dopo di lui, «quando la parola di Dio li raggiunse, non ebbero la minima esitazione, ma la seguirono prontamente» (Antonio Abate, ep. 1,1).

La vigilanza

Fu proprio alla Pagina sacra che affidò tutto il resto della sua vicenda vocazionale, eleggendola quale cardine della sua preghiera ininterrotta (cf. Lc 18,1; 1 Ts 5,17), infatti: «era così attento alla lettura della Scritture che non lasciava cadere a terra nulla di quanto vi è scritto, ma ricordava tutto e la memoria stava per lui al posto dei libri» (VA 3,6). Il suo cuore, quindi, diventò uno scrigno per custodire gioielli di rarissimo valore, che nutrissero la fede di Antonio e di chiunque lo avrebbe incontrato, subendo il fascino del suo stile radicalmente evangelico o semplicemente bisognoso di un consiglio per affrontare le contrarietà della vita o le insidie del diavolo. Antonio sapeva bene che il cuore non è solo ricettacolo di fede, speranza e carità ma anche di passioni cattive, ossia di sentimenti di ostilità nei confronti altrui, di dispiaceri per tante cose che nella vita sono andate “storte”, di invidie, gelosie, ricordi del passato, a volte belli e gioiosi ma spesso tristi e amari. Del resto, «chi dimora nel deserto e cerca la pace è liberato da tre guerre: quella dell’udito, della lingua e degli occhi. Gliene resta una sola: quella del cuore» (Detti 11), “organo cavo” che pertanto non è mai vuoto, anzi talvolta è affollato da “abitanti scomodi” che lo rendono un luogo da evangelizzare, da bonificare mediante il Vangelo, per farvi regnare la pace. A tal fine occorre quella vigilanza che Antonio Abate praticò sin da subito (cf. VA 3,2), quintessenza della vita monastica, tesa a fare dell’asceta un «portinaio del cuore» intento a interrogare ogni pensiero che prova ad entrarvi, magari trasformandolo in una piazza caotica, quando invece dovrebbe rassomigliare piuttosto a un castello merlato e ben riparato dove un ponte levatoio, che all’occorrenza si apre o si chiude, determina l’ingresso o l’espulsione di ogni passione (cf. Evagrio Pontico, ep. 11,3).

In PAROLA DEI PADRI, a cura di Graziano Maria Malgeri
dal n. 3/2018 della Rivista Porziuncola



Graziano Malgeri Rivista Porziuncola Sant'Antonio Sequela Vigilanza

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