Quarta serata del Settenario di Natale 21 Dic 2020

La Chiave di Davide ci restituisce la dignità di figli

Nella quarta serata del Settenario in preparazione al Natale del Signore (I - II - III serata), p. Luca Paraventi OFM ci ha condotto nella riflessione sull’antifona al Magnificat che la Chiesa prega il 20 dicembre:

O Chiave di Davide,
scettro della casa d’Israele,
che apri, e nessuno può chiudere,
chiudi e nessuno può aprire:
vieni, libera l’uomo prigioniero,
che giace nelle tenebre e nell’ombra di morte.

Chiave e scettro sono due elementi che contraddistinguono il Signore che viene: lo scettro richiama il comando, l’ordine e la chiave è per aprire o chiudere. Il riferimento biblico si trova nel libro di Isaia e si riferisce al governatore Eliakim, quando viene investito della carica indossando gli abiti e ricevendo la chiave della casa di Davide sulle spalle quale segno della responsabilità che assumeva.

La chiave, proprio perché permette a chi la possiede, di entrare e uscire, è simbolo di autorità su una città, un regno o una casa. La casa di Davide è immagine della Chiesa, mentre il «servo» fedele Eliakim lascia intravedere il prototipo di Cristo. Lui, vera chiave di Davide, apre l’accesso alla vita e alla salvezza con l’Incarnazione e con la Redenzione. Durante i giorni della passione ha portato sulle sue spalle la croce, chiave di Davide, con cui ha aperto le porte del cielo e chiuso quelle dell’inferno.

Gesù Cristo è la chiave per aprirci alla vita, a quella vera. Questo re apre le nostre chiusure per tirarci fuori dalle tenebre e dall’ombra di morte. Dietro ogni nostro peccato c’è una disperazione, dietro ad ogni nostro atto di non amore c’è un atto di rassegnazione, dietro ai nostri atti che diminuiscono la nostra dignità c’è una reclusione, un’incapacità a far venire fuori la bella realtà che c’è dentro di noi.

Nella vita di s. Francesco ci fu un cambio di prospettiva a partire dopo l’abbraccio con il lebbroso, in cui si è aperta una porta ed è entrata in lui una nuova chiave di lettura della sua vita: “ciò che mi era amaro mi si cambio in dolcezza di animo e di corpo”. L’amore libera prendendo il posto e pagando per colui che era incarcerato e condannato, fino a morire per colui che era prigioniero! Il prigioniero è il nostro cuore troppo spesso asservito a tendenze che esso sconfessa.

Vieni, o divino Liberatore, a riscattare tutto ciò che ti sei degnato di rendere libero con la tua grazia, e a risollevare in noi la dignità dei fratelli tuoi.



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